Per risalire alle origini della capoeira e del suo complesso sistema rituale e simbolico è necessario tornare indietro fino all’epoca della scoperta del Brasile, a metà del XVI secolo. La colonizzazione brasiliana iniziò sotto il regno di D. Joao III, conosciuto come “O Colonizador” in ragione delle numerose spedizioni che organizzò nelle nuove terre. Non esistendo le immense ricchezze di oro e di argento che i portoghesi si aspettavano di trovare, nei primi anni del 1530 fu introdotta la coltivazione della canna da zucchero .Di conseguenza, si presentò la necessità di trovare molta manodopera che lavorasse nelle immense piantagioni. In principio si tentò d’impiegare le popolazioni indigene di etnia tupì-guaranì stanziate lungo la grande fascia costiera, ma si trattava di tribù guerriere, dedite prevalentemente alla caccia e ben poco disposte a piegare il proprio prestigio al lavoro agricolo, per di più sotto il dominio di un padrone straniero. Per questo motivo, gli indios si ribellavano continuamente all’imposizione di un sistema che li avrebbe resi schiavi: quando non riuscivano a sconfiggere gli invasori, molti di loro preferivano lasciarsi morire.
Il problema della mancanza della manodopera fu dunque risolto ricorrendo alla massiccia deportazione di schiavi negri dai territori portoghesi in Africa verso le nuove colonie brasiliane. Provenienti da diverse regioni africane, essi portarono con sé la loro cultura, i loro saperi, i loro costumi. Smistati nei tre principali porti, Bahia, Recife e Rio de Janeiro, gli schiavi erano di diversi gruppi etnici, a volte di tribù nemiche fra loro e questo inizialmente impedì loro di organizzarsi e ribellarsi.
Erano costretti a vivere nelle senzalas, piccoli villaggi formati da molte abitazioni fatiscenti una a ridosso dell’altra, fornite appena del minimo indispensabile all’abitabilità. Nelle senzalas e nella casa grande, dove vivevano i padroni degli engenhos, il proprietario era padrone assoluto. Gli africani sottomessi al lavoro forzato venivano controllati dai feritores, ai quali spettava il compito di ristabilire la disciplina e garantire la loro produttività. Dopo esser stati sradicati dalla loro terra, li attendeva una vita di sacrifici. Lo sforzo fisico e mentale era così grande che un africano sopravviveva in media tra i sette e i dieci anni, senza considerare che il viaggio per arrivare in Brasile era già una dimostrazione di enorme resistenza.
L’immenso dolore provocato dalla perdita della libertà alimentava loro il desiderio di rivolta, la sofferenza e l’estrema nostalgia, generando un sentimento collettivo denominato banzo.
Gli schiavi neri erano dotati di un grande vigore fisico, dovuto soprattutto all’intenso sforzo muscolare che richiedeva il lavoro. Come conseguenza di tale forza, nella lotta corpo a corpo, erano decisamente superiori ai portoghesi. L’apparente sottomissione ai padroni era soltanto il modo con cui i prigionieri di costumi e culture differenti guadagnavano il tempo necessario per cogliere un’occasione di fuga, resa ancora più difficile dal non possedere nemmeno una lingua comune.
Agli africani non era permesso portare con sé alcun tipo di arma, né adottare comportamenti violenti. Non c’era quindi modo di poter lottare ad armi pari contro i loro carcerieri. Tutto ciò che veniva loro concesso era la celebrazione dei rituali della propria cultura al termine dell’orario di lavoro. Questi erano gli unici momenti in cui potevano chiedere aiuto e protezione alle loro divinità, cercare un modo di reagire, con l’unica arma che avevano a disposizione: il proprio corpo. Mascherando la lotta dietro la danza e con l’ausilio della musica e dei canti, gli schiavi potevano allenarsi sotto gli occhi dei feritores senza destare sospetti. I movimenti del corpo degli africani, servirono come base per l’elaborazione di una lotta collettiva. L’energia, la scioltezza e l’agilità del corpo conciliarono perfettamente il fascino della danza con l’efficacia del combattimento. La maggior parte dei colpi si ispirava alle tecniche di attacco e difesa di alcuni animali, ma riprendevano anche l’azione di alcuni strumenti di lavoro utilizzati quotidianamente.
Attraverso una comunicazione senza parole e uniti nella plasticità e armonia dei gesti comuni, i loro sentimenti trovarono sfogo nella rivolta e nell’insubordinazione alle regole del sistema coloniale, in modo assolutamente invisibile ai loro persecutori.
Per risalire alle origini della capoeira e del suo complesso sistema rituale e simbolico è necessario tornare indietro fino all’epoca della scoperta del Brasile, a metà del XVI secolo. La colonizzazione brasiliana iniziò sotto il regno di D. Joao III, conosciuto come “O Colonizador” in ragione delle numerose spedizioni che organizzò nelle nuove terre. Non esistendo le immense ricchezze di oro e di argento che i portoghesi si aspettavano di trovare, nei primi anni del 1530 fu introdotta la coltivazione della canna da zucchero .Di conseguenza, si presentò la necessità di trovare molta manodopera che lavorasse nelle immense piantagioni. In principio si tentò d’impiegare le popolazioni indigene di etnia tupì-guaranì stanziate lungo la grande fascia costiera, ma si trattava di tribù guerriere, dedite prevalentemente alla caccia e ben poco disposte a piegare il proprio prestigio al lavoro agricolo, per di più sotto il dominio di un padrone straniero. Per questo motivo, gli indios si ribellavano continuamente all’imposizione di un sistema che li avrebbe resi schiavi: quando non riuscivano a sconfiggere gli invasori, molti di loro preferivano lasciarsi morire.
Il problema della mancanza della manodopera fu dunque risolto ricorrendo alla massiccia deportazione di schiavi negri dai territori portoghesi in Africa verso le nuove colonie brasiliane. Provenienti da diverse regioni africane, essi portarono con sé la loro cultura, i loro saperi, i loro costumi. Smistati nei tre principali porti, Bahia, Recife e Rio de Janeiro, gli schiavi erano di diversi gruppi etnici, a volte di tribù nemiche fra loro e questo inizialmente impedì loro di organizzarsi e ribellarsi.
Erano costretti a vivere nelle senzalas, piccoli villaggi formati da molte abitazioni fatiscenti una a ridosso dell’altra, fornite appena del minimo indispensabile all’abitabilità. Nelle senzalas e nella casa grande , dove vivevano i padroni degli engenhos, il proprietario era padrone assoluto. Gli africani sottomessi al lavoro forzato venivano controllati dai feritores, ai quali spettava il compito di ristabilire la disciplina e garantire la loro produttività. Dopo esser stati sradicati dalla loro terra, li attendeva una vita di sacrifici. Lo sforzo fisico e mentale era così grande che un africano sopravviveva in media tra i sette e i dieci anni, senza considerare che il viaggio per arrivare in Brasile era già una dimostrazione di enorme resistenza.
L’immenso dolore provocato dalla perdita della libertà alimentava loro il desiderio di rivolta, la sofferenza e l’estrema nostalgia, generando un sentimento collettivo denominato banzo.
Note storiche sulla capoeira come arte marziale risalgono approssimativamente alla fine del XVIII secolo, in particolare ad alcuni verbali della polizia di Rio degli inizi del 1800. Durante il periodo del dandysmo, fino alla metà del XIX secolo, i capoeiristi vengono sempre descritti come esseri eleganti, raffinati, dotati di una non comune agilità. Schiavo in fuga o agile bandito seguito da un’aurea leggendaria che suscita tra i suoi simili ammirazione e simpatia, il capoerista diventa l’oggetto di una repressione senza pietà, considerato dai governanti come una “piaga sociale”, sospettato di voler distruggere la vita politica del paese.
Tuttavia, nell’ultimo decennio del XIX secolo, anche dei personaggi dell’alta società cominciarono a praticare la capoeira. Questo fatto costituì una minaccia per il governo che creò un corpo speciale della polizia per controllare la situazione.
Eppure, nonostante la diffida nei confronti di tale pratica, alcuni capi-polizziotto erano a loro volta degli eccellenti capoeristi, potendo, in tal modo, combattere il “nemico” sullo stesso terreno.
La criminalizzazione della capoeira non incontrò un ampio consenso, ma significò piuttosto la vittoria di una determinata fazione della classe dirigente nazionale. L’11 ottobre del 1890, appena due anni dopo l’abolizione della schiavitù in Brasile, venne promulgata una legge che proibiva la capoeira e che prevedeva sanzioni penali da due a sei mesi di lavori forzati. Siccome non erano più solo gli ex-schiavi negri ed i meticci a praticarla, la legge finì per colpire anche importanti figure della nobiltà.
Nonostante la persecuzione, la lotta di origine africana continuò a resistere e a sopravvivere, praticata nelle piazze delle periferie urbane e durante le feste organizzate dalle comunità negre. Molte volte le pattruglie della polizia sopraggiungevano all’improvviso, ma i capoeristi avevano dei segnali convenzionali con cui avvisare i compagni. In questo modo, riuscirono a conservare e a tramandare le loro tradizioni per generazioni, insegnando la capoeira ai propri figli e a chiunque volesse conoscerla.
Con l’abolizione della schiavitù, alcuni ex-schiavi tornarono in Africa, ma la maggior parte di loro rimase in Brasile. I fazendeiros, però, non erano più interessati a loro come forza lavoro, in quanto gli immigrati stranieri costavano meno. Questa massa di ex-schiavi si diresse dunque verso le grandi città; tuttavia non riuscirono a trovare un lavoro ed una casa. Si installarono così nelle vicinanze della città creando le prime bidonvilles.
Non sapendo come sopravvivere, essi usavano la capoeira in varie maniere: alcuni facevano i primi spettacoli nei pressi dei porti per i turisti e i marinai; altri si organizzarono in gangs criminali rubando e assaltando i più ricchi; altri ancora decisero di arruolarsi nell’esercito o farsi assumere come guardie del corpo da politici e alti funzionari dello stato. Da quel momento il capoerista venne percepito come un individuo che si distingueva nell’universo urbano, tentando, a modo suo, di integrarsi e di vivere in quella nuova società. Progressivamente, le diverse manifestazioni divennero più visibili e anche più tollerate dalla popolazione che cominciò persino a dimostrarsi interessata a conoscerla e ad imparare qualche rudimento.
La legge che proibiva la capoeira restò in vigore fino al 1920, ma siccome all’epoca non era affatto facile aprire una scuola o un’accademia, per molti anni ancora il terreiro rappresentò il più importante centro di pratica e divulgazione della danza guerriera.
La svolta decisiva che segnò la fine delle persecuzioni e l’avvento di una nuova era per la capoeira, arrivò ad opera di un mestre di Salvador, detto il Bimba che fu il maestro dei maestri. Nel 1937 Mestre Bimba fu invitato nella capitale per una dimostrazione ufficiale della sua arte. Dopo il successo ottenuto ebbe il permesso per aprire la prima scuola di capoeira in Brasile, cosa che costituì il primo passo verso una maggiore apertura, culminata poi con la dichiarazione della capoeira come sport nazionale.
La capoeira conosce attualmente in Brasile un grande sviluppo e tende ad espandersi anche all’estero.